Grazie al successo dei suoi due romanzi più recenti, Rizzoli, nella collana “Nero”, sta recuperando la precedente “trilogia della banlieue” di Olivier Norek. Esce quindi ora il secondo dei tre romanzi scritti dall’autore francese tra il 2013 e il 2016, che si intitola “Territori”, riprendendo alla lettera la traduzione del titolo francese (traduzione che è a cura di Maurizio Ferrara). Confesso che mi procura sempre un certo interesse approcciare un romanzo che è anteriore rispetto a quanto si è già letto di un autore. Ci consente di percepirne la crescita e l’evoluzione, di capire quali sono le radici, che in questo caso sono molto profonde, che hanno ispirato gli ultimi lavori.

Siamo per l’appunto nella banlieue parigina, nell’immaginario municipio di Malceny, che Norek situa nel reale dipartimento di Seine-Saint Denis, in quella che una volta era la cosiddetta “cintura rossa” parigina e che oggi (o meglio, una decina di anni fa) è in bilico tra gentrificazione e degrado. Qui si consuma un delitto uguale a molti altri, un banale regolamento di conti per lo spaccio. Un caso da squadra antidroga. Tutto cambia però, quando a rischiare la vita non è più un piccolo delinquente di periferia, ma un paio di innocenti pensionati. Perché in quel caso vuole entrare in azione il “nostro” Victor Coste, con la sua squadra anticrimine.

Un Norek più grezzo e meno raffinato di quanto non appaia negli ultimi romanzi, nel bene e nel male, così come più tagliente e pronto all’azione ci appare Victor Coste, di cui però già traspare la grande personalità, la non comune scaltrezza e lo smisurato cinismo. In un’atmosfera che, al di là della collocazione geografica della storia, è a tinte forti, con descrizioni che ammettono poche mediazioni e una crudezza che, negli anni, Norek ha in parte addolcito.

Il titolo è già un manifesto programmatico, che racconta la storia di un’area che è stata al centro di grandi esperimenti sociali (come tutte le periferie urbane del secondo dopoguerra), che è stata poi travolta dalle ondate migratorie e che ha finito per diventare ghetto, non luogo, terreno di scontro. Luogo fisico nel quale è morto, di fatto, lo stato sociale, trasformando in incubi i sogni di intere generazioni. Così, Jacques e Rose, da pensionati, preferiscono non ammettere la fine del sogno e provano a cancellare una realtà fastidiosa e dolorosa. Jacques addirittura racconta alla figlia in America che tutto va benissimo, pur di non ammettere il proprio fallimento (cui però seguirà un parziale riscatto).

C’è molto lavoro sul campo nelle parole e nei dialoghi di Norek, c’è un passato da poliziotto ancora molto presente, vivo. Cicatrici, ricordi vivi, che solo negli anni si possono cancellare. C’è, talvolta, disagio che sta al confine della disperazione, anche per una politica avida e priva di scrupoli, che ha una obiettiva coincidenza di interessi con i criminali e che, fino alla fine, non rinuncerà mai all’ambizione in cambio di valori che ha ormai smarrito. Forse, è proprio questo uno dei punti che rimane anche nel Norek più maturo. L’odio (che non uso a caso) per la politica e le istituzioni, che non riescono più a fare mediazioni alte, che non vogliono più mediare, ma piuttosto usare, ai propri fini personali, i cittadini inermi.

Sullo sfondo un tema che connota Norek e che ha interessato molti degli scrittori noir metropolitani europei degli ultimi decenni (e non solo gli scrittori). Un tema che emergerà ancora più prepotentemente negli ultimi romanzi: la fuga. La fuga come salvezza, come rifugio da un mondo corrotto e privo di sensibilità. Come diceva nel celebre “Elogio della fuga”, lo scrittore francese (guarda caso) Henri Laborit. “La fuga è spesso, quando si è lontani dalla costa, il solo modo di salvare barca ed equipaggio. E in più permette di scoprire rive sconosciute che spuntano all’orizzonte delle acque tornate calme.”

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Territori
  • Norek, Olivier(Autore)

Articolo protocollato da Giuliano Muzio

Sono un fisico nato nel 1968 che lavora in un centro di ricerca. Fin da piccolo lettore compulsivo di tante cose, con una passione particolare per il giallo, il noir e il poliziesco, che vedo anche al cinema e in tv in serie e film. Quando non lavoro e non leggo mi piace giocare a scacchi e fare attività sportiva. Quando l'età me lo permetteva giocavo a pallanuoto, ora nuoto e cammino in montagna. Vizio più difficile da estirpare: la buona cucina e il buon vino. Sogno nel cassetto un po' egoista: trasmettere ai figli le mie passioni.

Giuliano Muzio ha scritto 154 articoli:

Libri della serie "Trilogia della banlieue"

Territori – Olivier Norek

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